domenica 22 settembre 2013

Preview di Burials di Revolver Magazine

Il magazine Revolver ha scritto la prima review di Burials, dando all'album 4 stelle su 5. Ecco la traduzione dell'articolo:

"Sesso. Omicidio. Arte.
Nel loro primo album in quattro anni, e in quello che per ora è il più dark e il più letale, i rockers punk gotici AFI trovano un significato nella perdita di un amore.
L'idea che un grande dolore generi arte è un cliché vecchio e stanco come i Rolling Stones, ma che ancora porta una sfortunata dose di verità come Burials, il nono album degli AFI e il primo da Crash Love, 2009, angosciosamente attesta. Un monumento commemorativo brutalmente onesto di un amore epico andato terribilmente storto, Burials sanguina goccioline nere di dolore, rabbia, e recriminazione in ognuna di queste 13 (sfortunate) tracce. Potrebbe anche essere l'album più bello che gli AFI abbiano mai fatto.
“Doom,” il canto funebre di due minuti che apre l'album è un mero antipasto angosciato per il banchetto di angoscia che lo segue. “I Hope You Suffer” la seconda traccia dell'album e il primo singolo, ti dice quasi tutto quello che hai bisogno di sapere, con il cantante Davey Havok che sputa il titolo come un mamba velenoso in uno schiacciante ritornello. (“Come io ho fottutamente sofferto,come tu mi hai fatto soffrire,” continua a spiegare , per timore che tu sospetti che sia ingiustamente vendicativo.) Ma allora Burials prosegue ad esplorare in dettagli spesso dolorosamente acuti, il dolore fisico e psichico che va mano a mano con l'avere il cuore spezzato dall'amore della tua vita, includendo gli attachi di panico (“A Deep Slow Panic”), la disperazione (“No Resurrection”), e le fantasie su come sareste potuti essere (“17 Crimes”). “The Conductor” paragona una relazione tossica a un circuito elettrico, con Havok che implora “Non interrompere la connessione” mentre si degrada con, “Sanguina nuvole nere, e io leccherò per pulirle.”
Nelle mani sbagliate, ovviamente, questo potrebbe essere facilmente l'album più triste mai pubblicato. Ma la sintonia nello scrivere canzoni tra Havok e il chitarrista Jade Puget non è mai stata più forte, e la sezione ritmica del bassista Hunter Burgan e del batterista Adam Carson non è mai stata più scorrevolmente impetuosa e flessibile. Con l'aiuto del produttore Gil Norton (Foo Fighters, Pixies, Distillers), la band ha creato una lussureggiante e seducente collezioni di grandi, orecchiabili, meravigliosamente stratificate canzoni rock, con uno stivale nel post-punk anni '80 (“Heart Stops" potrebbe essere una traccia persa degli Pschedelic Furs, mentre “Greater Than 84″ ha il suono malevolo di un incrocio indecente tra Naked Raygun e Katrina and the Waves) e con l'altro nel post-hardcore anni '90 (l'inno “Anxious” potrebbe entrare comodamente in una collezione di classici singoli della Revelation Records). In ultima analisi, è la tensione dell'elevazione."

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